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Incontri col produttore: Il Monte Caro

Questo mese siamo entusiasti di riportare sul nostro blog il nostro format Incontri col produttore. La scorsa settimana, in una caldissima mattinata di metà giugno, siamo andati infatti a trovare Giorgio ed Emanuela Marcolini, alla loro azienda Il Monte Caro, a Mezzane di Sotto, in Valpolicella Orientale. Il progetto del Monte Caro nacque nel 1986, quando Enzo, padre di Giorgio ed Emanuela, si innamorò di questo luogo impervio, e con tanta fatica e dedizione iniziò a coltivarlo. Emanuela e Giorgio hanno preso in mano l’azienda, nel 2014, fondando la cantina e dedicando il progetto al benessere del loro monte. Per questo hanno scelto di lavorare in biologico, prestando sempre più attenzione alla vitalità del suolo e alla biodiversità, piantando alberi da frutto, studiando le erbe spontanee che vivono nei vigneti e curando alcune arnie.
L’incontro con Giorgio ed Emanuela ci ha permesso di soffermarci a parlare di come loro vivono il territorio e intendono il vino, e noi ve lo riportiamo di seguito.

Come spunto di riflessione da cui partire, vi propongo la parola VISIONE, perché, quando il vostro papà è arrivato qui e ha deciso di comprare questo terreno, qui non c’era nulla. Quindi possiamo dire che è stato capace di immaginare cosa questo posto potesse potenzialmente diventare.

Giorgio: Effettivamente ha avuto una gran visione, perché mi ricordo anch’io che quando si veniva a vedere il terreno, quando ancora si stava decidendo se acquistarlo o meno, pensare una cosa del genere era davvero difficile, ci voleva tanta fantasia. Quindi la visione c’è stata eccome, ed è questa che ha vinto poi nella sua gestione e nella prima parte di questa avventura, perché non è stata solo una visione “poetica”, ma molto pratica. Passo per passo infatti, dando la priorità alle cose più importanti, abbiamo iniziato a costruire tutto quello che vedi oggi. Mi ricordo che, al di là delle strutture, il monte non era disegnato come è oggi, era praticamente non lavorabile, mancava l’acqua. Quindi un po’ alla volta abbiamo gettato le basi per venire in primo luogo a vivere qui, e poi per creare quella che mi piacerebbe definire una “seconda visione”, che è la cantina. Quello che ha guidato le scelte fatte dalla nostra famiglia è stata la grande forza di volontà ed energia soprattutto del papà, ma siamo stati tutti coinvolti, anche la mamma, che in qualche modo si è sobbarcata le conseguenze delle scelte di quest’uomo che faceva il fotografo, e nei momenti liberi veniva a costruire qui. Noi stessi, ai tempi studiavamo, ma durante le vacanze o quando non c’era da studiare aiutavamo con la raccolta della frutta. Da qui c’è stata poi la possibilità di potersi immaginare, oltre a produrre la frutta e la verdura (allora producevamo una varietà maggiore di cose), di avviare anche un’altra attività, cioè la cantina. E a questo punto la visione non è tanto quella di fare il vino, ma di farlo tornando al concetto dei nonni, di farlo bene. Noi abbiamo la pretesa di dire che vendiamo il vino perché è buono, con la coscienza di farlo come una volta, solo con l’uva, che non è per niente scontato oggi. Quindi qui la visione è quella biologica, che non è solo un modo di condurre l’agricoltura, ma è un modo di vivere.

Collegandosi a questo, un altro aspetto che volevo toccare è quello del rapporto con la TERRA, soprattutto alla luce del fatto che ogni vostro vino è il frutto di uno specifico appezzamento. Mi piace infatti molto il concetto che il vostro vino non è più di tanto lavorato in cantina, ma prima di tutto nasce in vigneto.

Emanuela: Pensa che all’inizio volevamo utilizzare tutte le uve del monte in tutti i vini, perché ritenevamo che la collina fosse un cru unico, un posto speciale che volevamo esprimere in tutti i vini. Il papà provava a dirci che le caratteristiche delle uve provenienti da un vigneto o dall’altro variavano anche di molto, ma inizialmente non lo ascoltavamo più di tanto. Quindi, quello di avvicinare sempre di più il vino alla terra è stato un percorso, ma non è sempre stato così. L’idea di fare il vino non a livello di cantina è un concetto che c’è da sempre, ma il legare il vino ad uno specifico vigneto è una cosa che è arrivata con calma, vedendo nella pratica queste differenze che ci diceva il papà, poi facendo uno studio dei suoli e anche vivendo il posto. Fino al 2014 io abitavo altrove, Giorgio era qui ma faceva un altro lavoro, quindi non vivevamo il luogo in prima persona. Venendo invece a stare qui, le cose si sono fatte più chiare anche per noi. Abbiamo iniziato a fare delle prove di vinificazioni separate di uve provenienti da parti diverse del monte, ed effettivamente, soprattutto nei vini fatti con uva fresca, si può davvero apprezzare la differenza rispetto ai vini che facevamo con uve raccolte indistintamente.

Quando vostro papà ha comprato questo posto, questa parte della Valpolicella non era ancora parte della DOC Valpolicella…

Giorgio: Esatto, infatti fino agli anni Novanta qui era tutto coltivato ad albicocche, susine, ciliegie, uva bianca e rossa, ulivi, ed era così un po’ per tutti. Erano però anche altri tempi a livello di mercati e di clima, le piante si ammalavano meno e non erano necessari tutti i trattamenti che servono oggi. Il mercato al tempo era molto più semplice, e il papà, che era anche un imprenditore e aveva notato che le cose si facevano più complicate, già prima dell’entrata nella DOC aveva iniziato a sostituire susini e albicocchi con le vigne. Mi fa un po’ sorridere, ma quando mi ha preso la passione per il vino, che per me è stato subito naturale, biologico e biodinamico, vedere queste distese di vigneti è sempre stato un po’ un trauma, perché sarebbe bello avere ancora tra i vigneti appezzamenti di alberi che magari non producono, ma che hanno una loro funzione per la biodiversità. In realtà siamo anche fortunati, perché abbiamo il bosco attorno, ma mi piacerebbe creare di nuovo quella condizione per cui, non tanto per commerciare ma piuttosto per sussistenza personale, hai il tuo filare di ciliegi, un campo di arance e limoni, l’orto… Vorrei davvero arrivare a questo, e siamo sulla buona strada, avendo già oltre ai vigneti, anche l’uliveto e il bosco. Negli ultimi anni sono molto cambiate anche le dinamiche della gestione delle uve, per cui c’è chi investe in vigneti e chi espianta. Io spero davvero che i vigneti restino, ma solo quelli che meritano, non quelli che prendono spazi che sarebbero da dedicare ad altre colture.

Vorrei ora passare dal parlare dell’aspetto agricolo e di produzione del vino, al vino come elemento sociale, alla CONVIVIALITA’ che ancora caratterizza il vostro modo di intendere il vino.

Emanuela: Ricollegandoci al tema della crisi che c’è al giorno d’oggi, la cosa che dispiace di più è la perdita del valore culturale che ha il vino. Si parla sempre del vino come di una bevanda che per giunta contiene elementi che possono essere dannosi, ma si dimentica la componente di cultura e socialità: per noi in Italia non si apre una bottiglia di vino semplicemente per bere, ma perché c’è un incontro con qualcuno, una cena, insomma una situazione sociale che richiede una bottiglia aperta sul tavolo. E questa è proprio una questione di cultura e tradizione. Andare a svalutare il vino non tenendo conto di questo aspetto a noi non piace, perciò come stile di vini ci siamo indirizzati sulla strada della valorizzazione della socialità: la bottiglia è una cosa che tu apri, ti assapori, fai un primo sorso, e poi rimane sulla tavola per accompagnarti nella serata senza essere per forza la protagonista. Il protagonista è quello che succede attorno a quella bottiglia, ed è questo che per noi è davvero magico. Una bottiglia sulla tavola richiama poi naturalmente un abbinamento con il cibo, che ci deve sempre essere.

Giorgio: Sì, questa è sempre stata la nostra prospettiva. Dodici anni fa abbiamo iniziato a fare vino in una zona in cui tutti producevano i vini che io chiamo “neri-diciotto-vaniglia”, dove si ricerca la potenza alcolica, il colore scurissimo, la struttura tannica, e quindi largo uso di legno, appassimento, e uve da taglio. Questo ha portato certo alla nascita di super-vini, ma non era proprio il nostro stile, perché, se si fa fatica a berli questi vini, si va poi a perdere tutto quanto ha appena detto mia sorella. Quindi abbiamo iniziato a fare dei vini che andavano in controtendenza, e mi ricordo che i contadini del paese assaggiandoli  mi dicevano: “È un Valpolicella come lo faceva mio nonno”, e io rispondevo “Sì, ma fatto bene!”. All’epoca non lo faceva più nessuno il vino così, almeno qui nella zona. Poi noi abbiamo avuto la fortuna di essere in linea con la moda che è arrivata in seguito dei vini naturali, freschi e alleggeriti, che ci ha dato una mano all’inizio, soprattutto nel credere nelle nostre idee. Mi viene da sorridere a pensare che oggi noi siamo qui a provare ad affinare e mettere a punto i vini per aumentarne la struttura e togliere acidità, mentre a tutti i “neri-diciotto-vaniglia” si cerca di togliere qualcosa per migliorarne la bevibilità. Non dico che ci copino, però fa piacere pensare che hai avuto l’idea dieci anni prima che questa diventasse la tendenza. E questo è molto legato all’aspetto sociale e culturale del vino, perché andando a studiare i suoli ti chiedi poi cosa ci fosse una volta, e quindi cominci a studiare anche il tuo monte, il tuo paese, la tua valle, proprio a livello storico. Così ti porti a casa delle gran chiacchiere con le persone che vengono a trovarti e vogliono sapere di più sulla tua realtà. Quindi, la gente viene qua per il vino, ma li porti a fare un giro in vigna, racconti del paese, della chiesa, del campanile, e poi ad accompagnare il tutto c’è anche il vino.

Emanuela: Esatto: “C’è anche il vino”. Secondo me questa è la chiave: ovviamente vieni per il vino e senz’altro puoi gustartelo, ma non c’è solo quello. Non saprei dire se le nostre idee sono nate anche grazie al posto speciale in cui siamo, probabilmente è un incastro di coincidenze. L’idea di fare vino in questo modo rispecchia anche la maniera in cui lo possiamo fare, perché il monte su cui siamo, già naturalmente porta alla freschezza, alla mineralità e non ad altro. Valorizzando quanto ci arriva dal nostro monte riusciamo a lavorare con l’idea che noi abbiamo del vino. È tutto concatenato, perché, anche con la stessa idea di vino, fossimo in un altro posto, dovremmo agire diversamente, per esempio non valorizzando il lavoro in vigneto ma operando di più in cantina. Se la terra ti dà determinate cose, o le valorizzi o devi lavorare per cambiarle.

Giorgio: Poi c’è da dire che non è che in cantina non facciamo niente. Noi abbiamo studiato tanto le fermentazioni, e per noi il lavoro in cantina è per la maggior parte quello. Adesso stiamo studiando gli affinamenti, andando a trovare i colleghi e provando a fare con i nostri vini quello che pensiamo sia più interessante. Studiare le fermentazioni è stato molto bello, c’è tanta chimica, quindi, una volta capito il meccanismo, si va tranquilli, ma lavorando in naturale, ogni anno è diverso, non usando prodotti enologici non c’è una regola fissa. Per quanto riguarda gli affinamenti invece, ci rendiamo conto che abbiamo ancora bisogno di lavorarci, il problema è che per quello bisogna per forza aspettare. In ogni caso, a fine lavoro, sia che abbiamo ottenuto il risultato che ci aspettavamo, sia che l’affinamento abbia preso una strada che non avresti voluto, la soddisfazione è grande, poi il vino va bevuto comunque. Come si dice: i vini vanno bevuti in buona compagnia, con soddisfazione.

Emanuela: Tornando al discorso socialità, quando assaggiamo il vino con clienti, se ci chiedono informazioni di certo le forniamo, ma cerchiamo sempre di parlare in modo semplice, mai tecnico. Penso che sentire parlare del vino come fosse una cosa molto tecnica e capibile solo da chi ha studiato sia una cosa che stanca le persone. Alla fine per apprezzare il vino non ti serve capire tutto fin nei minimi dettagli della produzione, è più importante per noi capire se chi assaggia il nostro vino se lo sta gustando e apprezzando anche in abbinamento a quello che sta mangiando. Queste sono le cose più quotidiane del vino.

Certo, è l’idea di fare un vino che non sia intellettuale, ma comprensibile a tutti, perché alla fine chi beve vino sono per la maggior parte le persone comuni, che non hanno una conoscenza profonda dell’enologia.

Emanuela: E questo non significa semplificarlo, non diventa un vino sempliciotto, ma è tutto quello che ci gira attorno che deve essere reso più socievole e alla portata di tutti.

Giorgio: Non deve diventare banale. Un esempio è il nostro Valpolicella, che è un vino fresco, beverino, che trova una sua collocazione sempre, prima, dopo o durante i pasti. Il fatto di poterne apprezzare la struttura, il corpo, il profumo, vuol dire che dietro c’è un lavoro, uno studio e una ricerca che è necessaria. Altrimenti si punta sulla quantità, ma il vino va bevuto a modo, e per fare questo deve darti soddisfazione, quindi deve essere semplice, conviviale e rappresentativo della propria identità.
Quindi, ecco, avrai capito che per noi il vino è  molto importante, ma è più che altro qualcosa che accompagna la nostra vita, non è che ci moriamo sopra. Deve iniziare, accompagnare, e concludere una bella avventura piena di tante altre cose. Per noi non è mai il vino il solo a parlare e gli altri tutti zitti, il vino deve tacere e accompagnare, e allora ha fatto bene il suo lavoro e vuol dire che anche noi siamo stati bravi a farlo.

Se siamo riusciti a incuriosirti e vuoi incontrare Emanuela e Giorgio, ammirare il meraviglioso paesaggio del Monte Caro e assaggiare i loro vini, unisciti a uno dei nostri tour di gruppo Soave e Amarone, oppure scrivici a [email protected] per verificare la disponibilità sui tour privati. Ti aspettiamo presto!

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