Questo mese vi accompagnamo a conoscere meglio la cantina DolceVera, in località Villa a Negrar di Valpolicella. Si tratta di una cantina giovane, nata nel 2013 dal sogno di Marco Benedetti, che lavorando i vigneti ereditati dal nonno, ha iniziato a raccogliere uva di alta qualità e a trasformarla in vino. Negli ultimi anni la cantina è stata oggetto di una grande operazione di rinnovo e ampliamento, e ha riaperto da qualche mese con nuovi spazi dedicati sia alla produzione che all’ospitalità, oltre ad una magnifica terrazza affacciata sui vigneti della vallata di Negrar, nel cuore della Valpolicella Classica. E’ proprio Marco, insieme alla compagna Clarissa, che abbiamo incontrato per parlare di cosa DolceVera rappresenti per lui, e, come sempre, di seguito trovate cosa ci siamo raccontati.
Il primo spunto che vorrei proporti è “TERROIR”, perché voi avete tutti i vigneti nella stessa località, anche se non in un unico blocco, ed è una situazione ormai atipica per la Valpolicella. Quindi i vostri vini sono alla fine prodotti identitari non solo della Valpolicella, ma di questo specifico luogo, che è Villa.
- Esatto. Quando ho iniziato la mia avventura nel mondo del vino, nel 2013, ho fin da subito voluto specificare questo aspetto anche sul sito, dove sulla pagina principale trovi scritto “DolceVera, espressione di un terroir”. Dobbiamo usare una parola francese, non esiste un corrispettivo in italiano, perché racchiude in sé il concetto unitario di clima, vitigno e suolo, quindi il legame profondo che c’è tra i vari elementi di un luogo specifico. Tutti i nostri appezzamenti noi li abbiamo a Villa, che è una zona collinare, come ce ne sono anche altre in Valpolicella, particolarmente vocata alla viticoltura fin dall’antichità. Mentre nelle zone di alta collina o di pianura si è iniziato a piantare vigneti successivamente, qui la viticoltura era già presente in età romana, come testimoniato anche dalla villa romana rinvenuta a pochi metri da qui. La vocazione di un terroir si vede dunque anche dalla sua storicità secondo me. Come dico sempre anche ai visitatori, qui abbiamo un suolo molto argilloso che è caratteristico proprio di questo versante della collina, andando su altri versanti cambia anche la composizione, magari più calcarea. Fatalità tutti gli appezzamenti sono più o meno alla stessa altitudine, tra i 250 e i 300 metri slm, quindi anche se sono tutti divisi tra di loro, questi quasi sei ettari di terreno hanno caratteristiche simili e danno un’identità chiara ai vini. Stesso suolo, stessa altitudine, esposizione sud-sudovest: il risultato è un prodotto molto coerente. Abbiamo sempre una bellissima acidità, data dalla collina, unita a corpo e carica antocianica piuttosto intensa. Il suolo argilloso infatti dona questa colorazione lievemente più intensa dei vini, che la Corvina di per sé non avrebbe.
In Valpolicella è abbastanza normale per le cantine avere vigneti in diverse località, e questo può rappresentare sia un valore aggiunto che il rischio di andare ad appiattire la produzione.
- Esatto, in alcuni casi infatti queste uve vengono vinificate separatamente e allora puoi davvero andare a valorizzare quel prodotto, ma penso che per aziende piccole come noi sia importante essere in grado di interpretare al meglio il territorio dove sono radicate dando al vino un’identità ben precisa. E’ questa in fin dei conti la sfida in Valpolicella al giorno d’oggi: bisogna un po’ distinguersi. Siamo in tanti, il livello qualitativo è alto o mediamente buono per tutti, e di conseguenza è difficile emergere, molto più difficile di sessant’anni fa, quando bastava lavorare bene per spiccare rispetto agli altri. Quindi in una realtà giovane come è la nostra cerchiamo di lavorare in questo modo.
Prima parlando hai nominato uno degli altri concetti di cui vorrei parlare con te, quello di VOCAZIONE. Non solo del territorio Valpolicella, e Villa in particolare, ma anche per quanto riguarda la tua storia personale. Tu avevi iniziato un altro percorso, ma ben presto ti sei reso conto che la terra ti chiamava, e hai poi intrapreso l’avventura DolceVera che eri ancora giovanissimo.
- Sì, penso proprio che sia un destino tracciato e che alla fine è inevitabile tornare su quella che è la tua strada. Io avevo iniziato a fare l’impiegato in un ufficio amministrativo, ed era un lavoro che non mi piaceva, si vede proprio che non ero vocato per quella cosa. Dentro di me intanto nasceva la passione per la terra. In realtà io sono nato e cresciuto qui, quindi ho delle radici molto profonde in questo territorio, come una vite di ottant’anni. Mio padre mi ha sempre portato in vigna, lui lo faceva come hobby, per rilassarsi nei weekend, faceva un altro lavoro, in inverno mi portava a potare. Io ero un ragazzino e non avevo ancora le idee chiare all’epoca, ma all’età di 20-22 anni ha cominciato a nascere in me la curiosità e la voglia di conoscere sempre di più il territorio dove sono nato. Quindi ho iniziato ad essere più consapevole del posto in cui abitavo, degli ettari di vigneto che avevamo, insomma dentro di me nasceva la passione per questo lavoro e quindi sono andato a lavorare per un periodo per altre aziende, per imparare quanto più possibile. Una parte dei vigneti l’abbiamo sempre avuta, un’altra l’abbiamo invece ereditata dallo zio di mia mamma, così mi sono ritrovato con cinque ettari di vigneto. A quel punto sembrava proprio che tutti i pianeti si fossero allineati per mostrarmi il percorso da seguire. Mio nonno ha acquistato qui nel 1969 e faceva vino con i suoi fratelli in una dimora qui vicino. Prima erano mezzadri, quindi non avevano in proprietà la terra ma la lavoravano soltanto, quindi quando ne hanno avuto la possibilità hanno acquistato un appezzamento per iniziare a fare vino. Mio nonno è mancato nel 1984, ancora giovane, e mio padre aveva già iniziato a lavorare e non essendo al tempo il lavoro del vignaiolo redditizio come adesso, ha tenuto l’altro lavoro per mantenere la famiglia, dedicandosi invece alle vigne nel tempo libero. Crescendo io vedevo in mio padre il rimpianto di non essere riuscito a prendere in mano il progetto del nonno, ed è nato in me il desiderio di provarci io. Quindi nel 2013 io e mio papà abbiamo deciso di fare il passo di riprendere in mano il sogno del nonno, trent’anni dopo la sua morte.
Quindi è stato sì un riprendere il sogno del nonno, ma inserito in un progetto tutto nuovo.
- Sì, infatti io dico sempre di essere la prima generazione, perché l’azienda in fin dei conti l’ho aperta io, ma mi piace sottolineare che comunque come famiglia siamo ben radicati qui, non veniamo da un altro mondo e abbiamo deciso di investire in Valpolicella, come a volte capita. Abbiamo sempre coltivato queste terre, mio padre lo faceva al sabato e la domenica, per rilassarsi all’aria aperta e mantenere viva l’eredità di suo padre. Ormai siamo alla quarta generazione ad abitare qui a Villa, qui radicati da molto tempo.
Poi negli ultimi anni questo sogno è diventato ancora più grande con questo progetto di ampliamento della cantina. Prima avevate solo gli ambienti per l’affinamento, giusto?
- Sì, avevamo una piccola struttura, fatta da mio nonno nel garage di casa, dove aveva inserito le vasche per la parte produttiva, e un’altra piccola parte di cantina nel ricovero attrezzi. Siamo partiti ristrutturando questo piccolo fabbricato che avevamo, lo abbiamo trasformato in zona di affinamento, e sala degustazione, ma ci serviva anche una parte operativa per tutte le fasi della vinificazione e lì eravamo troppo stretti. Ecco che allora nel 2019 abbiamo fatto il progetto per una nuova struttura, e l’abbiamo pensata in ottica di accoglienza. Consci di avere una posizione privilegiata, con un magnifico affaccio sulla vallata di Negrar, abbiamo progettato la cantina anche in funzione di quello. I lavori sono poi purtroppo andati per le lunghe, causa Covid19 e aumento dei prezzi dei materiali, ma finalmente siamo riusciti a concludere i lavori e ad aprire al pubblico.
A proposito di questo, vorrei parlare anche del nome della cantina: DolceVera. So che per voi ha un significato particolare, ma oltre a questo, a me piace molto perché dà proprio una sensazione di gentilezza ed accoglienza, che credo vi rappresenti molto.
- Sì è un nome un po’ particolare che fin dall’inizio ha suscitato curiosità, e questo fa molto piacere. Siamo andati un po’ fuori dai canoni con questa scelta. Quando siamo partiti non potevamo usare il nostro cognome, Benedetti, perché è molto comune qui nella zona. Alla fine abbiamo deciso di dedicare l’azienda ad una persona cara a mio padre, poi anche per me e per tutta la famiglia, con la quale è nato un legame molto forte. Questa persona si chiama Vera ed è una suora (figura a cui si rifà anche il nostro logo). C’è sempre stata in noi la volontà di fare una “dolce” dedica a questa persona, e perciò così abbiamo voluto omaggiarla nel nome della cantina. Fin da subito ci è piaciuto l’accostamento di queste due parole, e lei stessa ci ha consigliato nella scelta, perché il risultato suggerisce richiama il legame profondo che abbiamo con Vera, e indirettamente anche il legame tra me e mio padre, ed è anche una dedica a mio nonno, che io non ho mai conosciuto. Quando abbiamo iniziato era qualcosa di completamente nuovo, che io e mio padre abbiamo deciso di avviare, e questo nome rappresentava tutto questo per noi.
Inoltre è molto bello come suona, anche senza sapere tutto il significato emotivo che ha per voi.
- Certo, infatti già qualcuno mi ha chiesto dell’agenzia di marketing che mi ha trovato il nome, ma in realtà è stato tutto molto spontaneo. Però fa piacere perché significa che il nome piace e resta impresso. Per lo straniero poi funziona particolarmente bene, perché DolceVera suona un po’ come “dolce vita”, e quindi l’italian lifestyle che loro cercano quando vengono in vacanza qui. Ecco, non c’è stata a monte l’idea di trovare un nome che piacesse, è stata una dedica sincera, non studiata, e solo dopo ci siamo accorti che in effetti funzionava proprio bene. E’ stata una fortuna perché poi nel pratico è molto importante che il nome sia efficace. Fosse stato un nome difficile da pronunciare, magari anche in dialetto, per quanto pregno di significato, probabilmente non sarebbe stato altrettanto ben accolto. Come dicevo prima, abbiamo rischiato andando in controtendenza rispetto ai classici nomi che si danno alle aziende, per fare qualcosa di completamente diverso, essendo “nuovi” volevamo portare una ventata di freschezza anche con il nome.
In conclusione, se c’è qualcosa che ti piacerebbe aggiungere, ti lascio la parola.
- Possiamo parlare un attimo di Clarissa, la mia compagna. Perché ormai non siamo più solo io e mio padre a gestire l’azienda, da qualche tempo abbiamo aggiunto anche un tocco femminile, che per noi è molto importante. Oltre ad affiancarmi nella vita, ci tengo molto che sia coinvolta nell’azienda, perché è una risorsa preziosa. E’ partita con l’aiuto amministrativo, che è il suo ambito avendo lavorato per anni in uno studio di commercialisti, e già così mi ha sollevato da tanto lavoro, con intuizioni che si stanno rivelando anche molto proficue. Quando sei arrivata invece eravamo in vigneto insieme, perchè per le aziende familiari come le nostre è importante imparare a fare un po’ tutti i lavori necessari, anche se poi il ruolo principale di ognuno è specifico. In questo modo, anche in base al periodo, ci possiamo aiutare a fare i diversi lavori. Quindi questa è un po’ la novità di quest’anno, ora che i nostri figli stanno crescendo, e siamo felici di poter portare un tocco femminile in cantina.
Se sei curioso di conoscere la realtà di DolceVera e assaggiare i loro vini, unisciti a uno dei nostri tour di gruppo in Valpolicella Classica, oppure scrivici a [email protected] per organizzare un tour privato. Sul nostro wine shop online trovate anche i loro vini, passate a dare un’occhiata!




