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Incontri col produttore: Lavagnoli

Per il primo incontro col produttore del 2026 vi portiamo a Pigozzo, piccola località della Val Squaranto, una delle vallate meno conosciute della Valpolicella DOC. Qui, nel 2015, Andrea Lavagnoli ha aperto cantina, iniziando a vinificare parte delle uve che la famiglia da decenni coltivava per conferire a parti terze. La passione di Andrea per il suo lavoro e l’amore per la sua terra lo hanno ispirato nella produzione di vini estremamente identitari del territorio, che includono non solo i vini iconici della denominazione, ma anche vini IGT che sono in grado di esprimere al massimo le potenzialità del terroir della Val Squaranto. E’ proprio Andrea che abbiamo incontrato, per una chiacchiera su vino, passione e voglia di emergere.

Andrea, il primo spunto di riflessione che ti propongo è la FAME, non intesa come il desiderio di riempirsi la pancia, quanto piuttosto come la voglia di farcela. Dal momento che siete piccoli e giovani produttori, per giunta in una vallata poco conosciuta della Valpolicella, credo che questa sia una parola che ben descrive la vostra realtà. 

Certo. Io la parola fame la uso tra l’altro anche legata al concetto di emancipazione, perché la nostra è una famiglia di contadini. Contadini è un termine che adesso si usa spesso in modo retorico, ma la mia è una famiglia che davvero non ha alle spalle grandi ricchezze. Di certo non posso dire di essere nato con le difficoltà di quando sono nati mio padre o mio nonno, ma devo sempre ricordarmi che ci vuole tantissimo per costruire, ma relativamente poco per distruggere. Al netto di questo, per andare più sul discorso della nostra zona, è vero: questa è una vallata che fino ad una quindicina di anni fa era esclusivamente un bacino di conferimento per la Cantina Sociale di Quinto soprattutto, quindi famiglie di agricoltori che conferiscono la loro uva a grandi aziende.

In concreto: non c’erano cantine che producessero vino per la vendita al pubblico, ma tutti coltivavano le uve per venderle ad altre aziende che le vinificavano.

Ce n’era solo una storica, Baltieri, che adesso non esiste neanche più. Ora invece ci troviamo ad essere una delle cantine più vecchie della Val Squaranto, insieme ad un’altra cantina fondata cinque anni prima di noi. Questo fa un po’ ridere perché è solo il decimo anno che esistiamo. Adesso siamo quasi una decina di cantine, tra fondovalle e parte collinare della Val Squaranto, ed è bello ed interessante perché siamo tutte cantine giovani. Ognuno ovviamente prova a metterci la sua filosofia e il suo modo di lavorare, qualcuno si è orientato al biologico, qualcuno al biodinamico. Io amo il vino e a volte ragiono anche come un wine lover che va in giro per cantine, e penso che questa sia una zona molto interessante da scoprire, perché la cantina piccola tante volte è più stimolante da visitare rispetto a cantine grandi e rinomate, il cui vino puoi assaggiarlo un po’ dappertutto. Noi abbiamo la possibilità di fornire spunti diversi: io quando faccio le degustazioni qui, non sono mai tutte uguali, e cerco anche di dare qualche informazione riguardo ad esempio l’agronomia, perché è una grande parte del mio lavoro, mentre in altre realtà tende ad essere messa in secondo piano.

Quindi da quando avete aperto cantina è cambiato il vostro modo di gestire il vigneto?

Considera che noi lavoriamo dieci ettari, ma fino a qualche anno fa ne gestivo quattordici. Il nostro lavoro prima era di produrre tanta uva, perché le nostre entrate venivano dalla vendita dell’uva. Il modo in cui lavoriamo in vigneto è senz’altro cambiato, nel senso che ora stiamo ancora più attenti. Sull’uva bianca, ne abbiamo pochissima, c’è proprio un’iper-attenzione a livello agronomico, alla stregua dell’uva per l’Amarone. Anche per l’uva rossa facciamo appassimento per quasi tutti i vini, e abbiamo identificato nella proprietà delle aree dove l’uva tende ad essere migliore, quindi lì c’è un’attenzione ulteriore. Al di là del discorso della cantina, se tu lavori molto bene in vigna durante l’anno, poi la vendemmia risulta molto più facile, per una questione di raccolta e esposizione del grappolo. Questo è un passaggio che stiamo facendo proprio anno dopo anno, è un continuo cercare di migliorare. Quindi senz’altro abbiamo cambiato il modo di lavorare in campagna, ma ho la fortuna che mio padre mi ha insegnato a lavorare bene e in modo preciso.

Credo che per inserirsi in un contesto già così saturo serva davvero una gran voglia di fare bene ed emergere in qualche modo.


Certo, tornando alla domanda principale, per noi il concetto di fame è molto presente, perché essendo giovani produttori abbiamo la strada da aprirci. Mi ricordo che nel 2015, quando abbiamo iniziato a vinificare le nostre uve, in Valpolicella erano nate altre trentacinque cantine, ed eravamo 330 produttori, ora siamo 360, quindi capisci anche tu che c’è anche un po’ di competizione, e la qualità con cui le cantine lavorano è mediamente alta. E’ molto importante quindi metterci del proprio e riuscire a farsi percepire per le proprie peculiarità. Noi per esempio ci teniamo molto a far capire che tutto quello che facciamo in campagna, che siamo noi stessi a farlo, è una grandissima parte del nostro lavoro. Seguendo entrambe le parti, di campagna e di cantina, alla fine siamo sicuri al 100% di cosa andiamo a mettere nella bottiglia. Certo, è totalizzante vivere in questa maniera, però se ti piace lo fai volentieri. C’è da aggiungere che io quando apro la finestra di casa sono immerso nei miei vigneti e tutti i giorni ho davanti la fotografia plastica del frutto del mio lavoro. Ogni giorno ovviamente devi fare del tuo meglio per migliorare e crescere in questo contesto. Io ho la fortuna che mi piace quello che faccio, però effettivamente non è facile, perché c’è tanta competizione, e soprattutto per i piccoli produttori che vogliono mantenere alti standard di qualità è difficile mantenere un prezzo competitivo. Anche solo il fatto che tutte le nostre uve sono vendemmiate a mano, implica un maggiore investimento a livello di tempo e fatica, ma io sono anche fortunato perché i miei genitori sono ancora in forze e mi danno un grande aiuto. Infatti io faccio anche fatica a pensare a me come il centro dell’azienda, noi siamo un’azienda familiare, dove è chiaro che c’è un titolare, ma credo e spero che anche per i miei genitori sia stimolante vedere come stiamo facendo evolvere i frutti del loro lavoro. Poi c’è anche mio fratello che lavora con noi. In famiglia siamo tutti in grado di fare più o meno tutto, ma ognuno ha poi le sue preferenze e specialità, quindi l’attività la portiamo avanti tutti insieme.

Guarda, già hai introdotto un altro argomento che volevo trattare, che è quello dell’ENTUSIASMO, quindi direi che possiamo continuare su quest’onda. Ogni volta che vengo qui in cantina, anche se ti trovo stanco dopo una giornata nei campi, devo dire che ti illumini proprio raccontandoci i tuoi vini…

Questa è una cosa che davvero mi piace che passi, perché quando fai vino seguendo un disciplinare specifico, il cerchio in cui ti muovi non è poi amplissimo, ma c’è anche tutta un’altra parte in cui puoi mettere il tuo personale approccio e modo di essere. E tutta quest’altra parte bisogna saperla raccontare e trasmettere. Una cosa che cerco sempre di fare, e che mi piace pensare di essere bravo a fare, è di leggere le persone che ho davanti. Quando ho gente che viene ad assaggiare il vino, parto sempre da qualche semplice domanda per capire chi ho davanti, e poi in base a questo decido che taglio dare alla degustazione. Penso sia davvero importante prendersi del tempo per parlare con le persone, per raccontare il territorio e metterle nella condizione di apprezzare il mio vino, magari anche il bianco, che è un prodotto che non tutti si aspettano di trovare in Valpolicella.
Il nostro mondo è estremamente romantico, perché c’è tutto quanto viene dal rapporto con la terra, che una delle cose più genuine di questo mondo, la vendemmia, che è storicamente un momento di festa e di gioia, e poi il vino, che è nutrimento, convivialità, ci sono perfino degli aspetti religiosi legati al vino. Questo è qualcosa che dobbiamo mantenere e cercare di comunicare, ma bisogna anche tenere in considerazione la fatica e le difficoltà del lavoro in campagna. Ci sono tante cose che vanno quindi a minare la romanticità del lavoro dell’agricoltore, ma nel racconto che si fa al cliente questa parte si tende a nasconderla. E’ molto importante quindi saper capire di cosa parlare con le persone quando le hai davanti, questo può davvero fare la differenza. Questo è l’approccio che ho. Il bello di parlare con le persone è proprio questo, che ti arricchisce. E’ un po’ il piano B di quando non puoi viaggiare perché lavori tanto, almeno è la gente da tutto il mondo che viene a trovarti e ti racconta esperienze diversissime. E interessarsi al diverso è anche un modo per far sentire le persone più a proprio agio. Se tu vieni qua e io riesco a proporti del vino buono e farti fare una bella esperienza anche dal punto di vista umano, per me ho già vinto così.

In conclusione vorrei riprendere un discorso a cui abbiamo accennato prima, quando dicevamo che lavorando all’interno dei disciplinari per produrre vini DOC o DOCG la libertà di movimento è relativamente limitata. Trovo invece sempre molto interessante assaggiare anche i vini IGT prodotti nelle varie cantine, che forse sono ancora di più espressione di un territorio specifico e della personalità del cantiniere stesso.

Quello degli IGT è un tema molto interessante, perché per quanto nei vini DOC la tua impronta la puoi dare, quando vai ad assaggiare questa tipologia di vini sai già cosa aspettarti. Per me i vini IGT sono molto importanti perché possono essere sia un’interpretazione severa di un determinato territorio, che a volte diventano quasi più prestigiosi dei vini DOC stessi, sia un’interpretazione più fantasiosa, che ci dice qualcosa in più su chi il vino lo ha fatto. Il mio IGT rosso per esempio i primi sei anni io l’ho fatto sempre diverso perché era per me un modo per imparare, fare esperienza, sperimentare come diversi uvaggi si esprimono abbinati alla Corvina, e anche semplicemente perché mi divertivo. Gli IGT, se sono ragionati come qualcosa di più elevato rispetto al semplice utilizzo delle uve in esubero, riescono a dar vita a progetti molto interessanti. La difficoltà per questi vini è che devono essere comunicati nel modo giusto. Non deve passare il messaggio che siano qualcosa di meno rispetto a vini DOC e DOCG, ma qualcosa di diverso, che ha una propria identità ben specifica. Per questo è stato importante per me dopo tanti esperimenti fissare una ricetta unica, in modo tale che poi il vino risultasse ben riconoscibile tra tutti i “Rosso Veronese”. Questi sono stati e sono tutt’ora vini importanti per me sia dal punto di vista di conoscenza e crescita professionale, lavorando anche con vitigni internazionali e uve bianche, ma anche perché continuano a stimolare la mia fantasia.

Se siamo riusciti ad incuriosirti e vorresti incontrare Andrea e sapere di più sui suoi vini e la sua cantina, unisciti a uno dei nostri tour di gruppo Soave e Amarone, oppure scrivici a [email protected] per verificare la disponibilità sui tour privati. Ti aspettiamo presto!

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